Vi presentiamo lo Shochu, il distillato che arriva dal Giappone

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Diversissimo rispetto al Sakè. Soprattutto perché è soggetto a fermentazione e distillazione. Tutto quello che c’è da sapere sul distillato di patate viola, orzo, riso e sesamo.

Mi sa-che il Sakè non è l’unico distillato giapponese che bisogna conoscere.  

In Italia è ancora poco diffuso, ma in alcune zone del Giappone a tenere banco è proprio lo Shochu –in particolare nell’isola di Kyushu dove pare esser nato. Il distillato ha più mamme e papà: patata viola, orzo, sesamo e riso. Il più famoso Sakè invece deriva dalla fermentazione (e non dalla distillazione!!) del riso.

Shochu e Sakè, le differenze

Lo Shochu invece include entrambi i processi –distillazione e fermentazione. Se il Sakè è fatto per stare a tavola –vale a dire tra i cibi- lo Shochu è per i più insonni amanti del dopo cena: il distillato si presta più che volentieri alla miscelazione –ne risultano drink gradevoli e gentili, soprattutto beverini grazie alla sua bassa gradazione alcolica.

Molto più alcolico del vino, lo Shochu è invece molto meno alcolico rispetto a grappa, whisky e vodka. Tra alti e bassi, noi occidentali però tendiamo parecchio ad associarlo alla vodka, anche se nei fatti il distillato giapponese ha una gamma aromatica molto più complessa. Shochu in Giappone significa “sempreverde”. E non sarà forse un caso se proprio nel Paese orientale il distillato è stato sponsorizzato dal giapponese più longevo (che ha 120 anni).

La produzione dello Shochu

Shochu-Awamori-di-Okinawa
Awamori di Okinawa

Singola o addirittura doppia distillazione per lo Shochu. Nel primo caso gli aromi e i sentori originali della materia prima vengono senza dubbio preservati. Quasi intoccabili. Ricorrere alla seconda distillazione significa un po’ giocare “all’occidentale”: si stabilizza il tasso alcolico del prodotto che per un periodo pari a tre mesi riposa all’interno di vasche di acciaio o in tini di legno.

I distillati che devono tenere alto un certo nome –ossia i più pregiati, vengono sottoposti a invecchiamento in botti di legno. Tale procedura è -più nel dettaglio- europea, dura massimo tre anni ed è bene dire che a risultarne penalizzati sono quegli stessi sentori originali della materia prima che chiaramente non saranno preservati. C’è però uno Shochu particolare, verrebbe da dire quasi cavernicolo ed è prodotto a Okinawa: l’Awamori può invecchiare nelle caverne addirittura per dieci anni.

Note di degustazione

Lo Shochu fila liscio. E infatti è così che lo si apprezza maggiormente: versato in un bicchiere e al massimo accompagnato con qualche cubetto di ghiaccio. Una degustazione doppia, che coinvolge palato e naso perché i profumi che sprigiona il distillato sarebbero un’ottima alternativa all’ossigeno.

Buone notizie per la mixology: lo Shochu è perfetto anche miscelato. Il consiglio che diamo ai bartender è di abbinarlo alla frutta o ai succhi di frutta –come quello di mela o di pompelmo. Ma lo Shochu è impeccabile anche affiancato al tè.

Tra i drink a base Shochu più gettonati:

Chu-hai-drink-a-base-di-Shochu-Giapponese
Chu-hai

Chu-hai. Il cocktail è come un primo appuntamento. Il bicchiere è il luogo d’incontro tra il distillato giapponese e limonata. Si serve con ghiaccio. Una valida alternativa alla limonata è rappresentata dall’acqua tonica. Si completa con sentori di mela, uva o pesca.

Shochu & Melon. Ve lo ricordate il Midori? Si, proprio il giapponesissimo liquore a base di melone. Un drink certamente sempreverde se unito allo Shochu. La dolcezza è placata dal succo di limone. Si tratta di un cocktail che sconsigliamo ai palati amanti sour, ma che vi regalerà una carica di freschezza in men che non si dica.

E poi…c’è il (Japanese) Sidecar

Zucchero di canna, Shochu, Triple Sec, orange bitter e succo di limone. Un grande classico che conosciamo tutti –ma nella versione con cognac. E al massimo Cointreau in sostituzione del Triple Sec. Il Sidecar alla giapponese racchiude un’imperdibile complessità di sapori. Sebbene i giapponesi siano dei grandi semplificatori.

Dove trovare lo Shochu?

Nella nostra bella (e beverina) Italia lo Shochu è ancora poco diffuso, al contrario del Sakè che ha addirittura –e con sorpresa!- monopolizzato alcuni locali diventati ben presto Sakè oriented. Soprattutto per il suo basso tasso alcolico, lo Shochu è molto apprezzato negli Stati Uniti e anche in città come Londra, tanto per non allontanarci troppo.

Il distillato giapponese ha fatto breccia nel cuore del palato femminile. In generale, sono le donne tra i 25 e i 30 anni le maggiori bevitrici di Shochu. Intenditrici.