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Charanda, la (sconosciuta) chicca messicana

Tequila e mezcal sono i portabandiera alcolici del Messico, ma c’è un altro distillato che merita attenzione. Si chiama Charanda e, a differenza dei fratelli maggiori, non si ottiene dall’agave bensì dalla canna da zucchero.

È insomma un rum artigianale che viene prodotto sull’altopiano dello stato di Michoacán ed è riconosciuto come una denominazione di origine protetta.

Dove nasce la Charanda

Michoacán si trova nella zona centrale del Messico, quella che si affaccia sull’oceano pacifico. Lasciandosi l’acqua alle spalle e addentrandosi verso est si raggiunge un vasto altopiano che si sviluppa attorno alla città di Uruapan.

Siamo in alto, rispetto al livello del mare: attorno ai 1600 metri, con le montagne circostanti che raggiungono i 3800. Ed è una zona di origine vulcanica, con una terra dal vivace color rosso. Il nome dello spirito che si produce in questo luogo deriva proprio da questa caratteristica: le popolazioni precolombiane chiamavano l’altopiano Charanda, cioè, appunto, “terra rossa”.

Cos’è la Charanda

Fonti storiche dicono che in Charanda la canna da zucchero si coltivava già a metà del XVI secolo. E il rum omonimo si ottiene dalla distillazione discontinua dei suoi succhi, estratti a freddo e rifermentati.

In base al disciplinare approvato nell’agosto del 2003, la canna da zucchero dev’essere necessariamente prodotta nel territorio di sedici comuni del Michoacán: Ario, Cotija, Gabriel Zamora, Nuevo Parangaricutiro, Nuevo Urecho, Peribán, Los Reyes, Salvador Escalante, Tacámbaro, Tancítaro, Tangancícuaro, Taretán, Tocumbo, Turicato, Uruapan e Ziracuarétiro. Condividono tutti il medesimo terroir di origine vulcanica, quello che conferisce alla Charanda delle peculiari note minerali.

Caratteristiche del distillato messicano

Il liquido che si ricava dalla distillazione è incolore e, se imbottigliato senza altri passaggi, rientra nella classificazione blanco. Le altre dipendono dall’affinamento in legno di rovere.

Una Charanda è reposado se rimane per almeno due mesi in botti grandi (comunque inferiori ai cinquemila litri di capacità), ed è anejo se invecchia per almeno dodici mesi in botti da meno di trecento litri. Infine, parliamo di una Charanda doirado (oppure ouro) se facciamo un blend tra le varietà blanco e quelle reposado oppure anejo.

Ultime note importanti: l’imbottigliamento deve avvenire nelle zone di produzione ed è concessa l’aggiunta di caramello, estratti di rovere e sciroppo di zucchero, ma in quantità che non devono superare l’1,1% del volume totale.

Uno spirito di nicchia

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L’altopiano di Michoacán è zona prediletta per la coltivazione di avocado, ed è una delle poche regioni messicane da cui arrivano more e fragole. In termini meramente economici, agli agricoltori del posto conviene puntare sull’avocado: la richiesta è enorme, i ricavi sono maggiori.

Con un problema aggiuntivo: i cartelli del narcotraffico guardano con favore ai campi di avocado, perché consentono loro di avere introiti corposi senza troppi sbattimenti. Basta imporre la propria presenza con la violenza e passare all’incasso ogni tot mesi.

La denominazione di origine protetta della Charanda, introdotta nell’agosto del 2003, punta proprio a contrastare la sostituzione della canna da zucchero con coltivazioni più remunerative. Resta però il fatto che, oggi, i produttori sono pochi e non è semplicissimo trovare una bottiglia di Charanda al di fuori del Messico.

Come si miscela la Charanda

La Charanda è un rum, dunque i bartender lo utilizzano come tutti gli altri spiriti di questo tipo. Bisogna però sottolineare che si tratta di un prodotto ruspante, più adatto alla miscelazione che alla degustazione liscia. Dunque può essere mescolato, agitato, shakerato.

L’ideale è lavorarlo in modo da esaltare le sue caratteristiche peculiari: le note minerali, la chiara espressione di canna da zucchero e il carattere gagliardo tipico di molti rum agricole.