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Butterfly pea tea, l’ingrediente che cambia colore ai cocktail

Volendo tentare una definizione azzardata, potremmo dire che il Butterfly pea tea sta ai cocktail come gli effetti speciali stanno al cinema. Regala infatti un momento di meraviglia “che ti fa tornare bambino”. Parola del bartender Sam Anderson, che una manciata di anni fa è diventato un punto di riferimento della creatività applicata alla mixology facendo leva, tra le altre cose, proprio sulle qualità del Butterfly pea tea (o Butterfly pea flower tea).

Cos’è il Butterfly pea tea

Come suggerisce il nome stiamo parlando di un tè, ma può essere una tisana. Si ottiene dall’infusione o dalla decozione della Clitoria ternatea: una pianta molto comune nel sud-est asiatico e conosciuta anche con il nome Butterfly pea.

La bevanda è priva di caffeina ed è un prodotto naturale, dettaglio sempre più importante al giorno d’oggi. Ha un colore blu intenso che deriva dai petali del fiore di Clitoria ternatea. È stata consumata per secoli dalle popolazioni dell’Asia sudorientale e in tempi relativamente recenti ha conquistato uno statuto internazionale. Merito soprattutto di una peculiarità fuori dal comune: il colore dell’infuso cambia in base al livello di pH della sostanza che aggiungiamo.

Il successo nella mixology

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È proprio questa caratteristica ad averne decretato la fortuna nel mondo dei cocktail. Certo, il sapore non è invasivo e questo ha una sua importanza: pone pochi problemi di equilibrio tra gli ingredienti di un drink. Ma ovviamente è il cambio di colore a fare la parte del leone.

In parole povere, l’aggiunta di succo di limone rende il tè viola. Il medesimo effetto si ottiene per esempio con il succo d’ananas o quello di lime. Percentuali diverse, uguale tonalità differenti. Da qui la possibilità di preparare un cocktail di fronte ai clienti, aggiungendo le varie componenti una alla volta e chiudendo con la parte acida, così da ottenere l’effetto speciale.

Sam Anderson, che ha imposto il Butterfly pea tea nella scena newyorkese, l’ha sperimentato la prima volta con il proprio staff. “Tutti hanno sgranato gli occhi“, ha raccontato in un articolo pubblicato nel 2015 dal magazine Bon appétit: “La cosa che preferisco è che ti fa tornare bambino mentre lo guardi trasformarsi“.

Anderson ha applicato questa giocosa meraviglia all’universo dei cocktail tiki, che puntano molto sul colore. Va da sé che si può sperimentare in direzioni diverse: ciò che conta è la modifica del pH e la voglia di sorprendere.