Arak o Arrack: ecco tutto quello che dovete sapere sui due (diversissimi) distillati

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Simili, ma solo nel nome. Uno è prodotto in Medio Oriente, l’altro in Estremo Oriente. Uno rimpiazza il rum, l’altro gli assomiglia. Vi sveliamo le curiosità…e le differenze

Arak o Arrack? Sembra una classica domanda da digitare su Google per capire come scrivere correttamente una parola, ma in realtà cela due distillati diffusissimi di cui pochi conoscono le differenze. L’Arak è prodotto in Medio Oriente ed è un distillato d’uva e semi di anice mentre l’Arrak arriva dall’Estremo Oriente ed è prodotto dalla melassa, cereali e vino di palma da dattero. Ecco qui tutto quello che dovete sapere su Arak e Arrack:

Arak o Arrack? Iniziamo con l’Arak

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Arak. Sembra un ruggito e invece è latte di leone. Ed è molto più probabile che lo troviate al bancone piuttosto che in una savana.

L’ Arak è a tutti gli effetti un distillato ed è consumatissimo in Medio Oriente. I principali Paesi produttori di Arak sono lraq, Israele, Libano, Giordania, Siria e Palestina. Come ve lo aspettereste?

È limpido. Onesto e trasparente nel suo tasso alcolico compreso tra il 30% e il 60%. L’Arak è bello perché è vario: a fare la differenza sono l’equilibrio (e lo squilibrio) tra alcol e anice –che è un po’ il carattere dell’Arak, mentre l’alcol gli fa da fisico. Le proporzioni cangianti ne determinano il gusto e la qualità: pensate che soltanto in Libano ci sono 25 brand di Arak differenti. Gemelli nel nome ma non nei lineamenti.

L’uva che nel nostro Paese ci regala vini buonissimi, in Medio Oriente si spreme fino a non tanto scomparire quanto trasparire. Distillazione doppia – è nella seconda che si aggiungono i semi di anice– e il prodotto finito è puro, pulito e, se proprio vuole fare l’altezzoso, si lascia invecchiare in giare d’argilla. È una legge alcolica e universale: più è vecchio e più è buono.

Avete le idee chiare, anzi, trasparenti? Potreste essere Mediamente disOrientati con questo Medio Oriente: per semplificarvi la sete, vi facciamo sapere che i liquori italiani più simili all’Arak sono l’Anisetta e la Sambuca.

Ma perché in Medio Oriente lo chiamano latte di leone?

Lo abbiamo già detto che l’Arak è un distillato neutro (ma affatto non neutrale nel sapore). Eppure in Medio Oriente lo chiamano latte di leone. Perché mai? Dipende dal modo in cui è meglio consumarlo. La tradizione vuole che l’Arak si beva diluito con acqua e ghiaccio: l’acqua emulsiona l’anice e così il distillato assume un aspetto biancastro e che ricorda proprio il latte.

Ci vanno i biscotti? No, meglio un bicchierino. E meglio ancora limitarsi a un massimo di tre, trattandosi di una bevanda fortemente (e follemente) alcolica. Il momento dell’Arak è indubbiamente l’aperitivo, dove il distillato si serve in accompagnamento alle mezze o a tanti altri antipasti –il feeling è indiscusso.

Meglio soli…ma anche nei cocktail

L’Arak è un distillato d’uva piuttosto socievole. Sarà che proviene da un grappolo che ha più chicchi, fatto sta che oltre che a consumarlo da solo, tutto d’un sorso come fosse latte fresco, l’Arak è buonissimo se miscelato. Sono sempre più incalzanti i drink che impiegano il distillato mediorientale. E solitamente, lo sostituiscono al rum.

Sennò c’è il Beirut Cocktail: scotch, sciroppo semplice, orange bitter, succo di limone, tè verde e Arak. L’unione fa la forza, ma anche il drink.

Arrack: carta d’identità

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Estremista. L’Arrack è un distillato prodotto e consumato in Estremo Oriente: parliamo di India e Indonesia, Malaysia, Sri Lanka –che per altro ha la fascia da capitano: è questo infatti il Paese leader nella produzione di Arrack. Uno per tutti e tutti per uno: l’Arrack è il risultato della fermentazione di cereali, melassa e di vino di palma da dattero.

L’Arrack ha un sapore dolcissimo tant’è che viene utilizzato molto spesso in pasticceria. Se l’Arak manda il rum in panchina, l’Arrack invece quasi ci assomiglia –infatti viene definito anche rum asiatico.

Il suo colore è ambrato, mielato, solare e quasi emana il calore dei Paesi caldi in cui è prodotto. Voci di mixology dicono che il vero Arrack sia distillato da un succo fermentato chiamato toddy, che proviene dalle noci di cacao.  Sarà unico nel suo genere, eppure l’Arrack ha due differenti stili, i cosiddetti stili primari.

Il Batavia Arrack e il Ceylon Arrack

Geograficamente indonesiano. C’è chi sostiene che il distillato sia nato sull’isola di Giava. Proviene dal riso rosso fermentato (combinato col lievito). E infatti è un crescendo di sapore: il Batavia Arrack, al palato, è molto simile al rum scuro ma è proprio il riso rosso ad esaltarne le differenze. In passato il distillato ha avuto il suo momento di gloria quando ha iniziato a scorrere nel mondo occidentale, venendo utilizzato più di tutti nel punch.

Abbiamo già specificato come lo Sri Lanka sia il maggior produttore di Arrack, anzi, di Ceylon Arrack in Estremo Oriente. Si ottiene distillando la linfa dei fiori delle noci di cocco in una particolare tipo di legno locale –quello della pianta Halmilla. Contrariamente al Batavia Arrack che è dolcissimo, il Ceylon Arrack rievoca la stessa acidità di uno champagne. In Sri Lanka, il distillato si apprezza semplice, con ghiaccio. Oppure unito al ginger ale.

Quali sono i cocktail che utilizzano l’Arrack?

L’Arrack è alcolicamente versatile. Anche in Europa è molto utilizzato nella preparazione dei drink. Il suo gusto dolce, spesso pungente, a tratti fresco, lo rende quasi un distillato camaleontico. Sono tanti (e tanti saranno ancora!) i cocktail che, senza l’Arrack, avrebbero tutt’altro sapore.

Tra i grandi classici dello Sri Lanka c’è il drink Aliya: il distillato si gusta con acqua di cocco. O, in alternativa, unito a ginger ale. Oltre al classico punch, ce n’è uno più alternativo che miscela Arrack, rum, brandy, spezie, lime e latte freddo. Il bartender Marco Tavernese di IT Milano ha realizzato un drink in particolare, il Go To Ceylon, che unisce all’Arrack il gusto fresco della frutta –come mela e banana.

Ci sono infine miscele alcoliche che uniscono l’Arrack ai sentori dell’ananas e a quelli della paprika. E il bello è che il distillato dell’Estremo Oriente risulta sempre riconoscibile.